LA PSICOLOGIA DELL’EMERGENZA

La psicologia dell’emergenza nasce a cavallo tra le due guerre mondiali per ridurre e curare i disturbi (denominati “nevrosi da guerra”) dei soldati di ritorno dal fronte. Lo sviluppo iniziale viene quindi dato all’interno della psicologia militare e sempre in questo ambito resterà nei decenni successivi.

Un primo tentativo di esportare la psicologia dell’emergenza in ambito civile viene fatto con i sopravvissuti ai lager nazisti alla fine della Seconda Guerra Mondiale ma sarà subito evidente l’incapacità di applicare la psicologia tradizionale in contesti così anormali. Tuttavia, l’impegno profuso dagli psicologi che si sperimentarono in questo tentavo fu di enorme aiuto e sollievo per le vittime sia militari che civili.

 

Per assistere a un uso sistematico delle procedure di psicologia dell’emergenza in ambito civile sarà necessario attendere fino agli anni ’80 e ’90 del XX secolo quando, al modificarsi degli equilibri geo politici seguiti alla caduta del Muro di Berlino, la disgregazione dei paesi dell’URSS causa guerre civili e flussi migratori che portano la comunità internazionale a interessarsi dei disagi psichici delle vittime e dei profughi; si porta ad esempio il flusso di psicologi provenienti da vari paesi occidentali (principalmente paesi della Nato) tra il 1994 e il 1996 verso la Bosnia per fornire supporto alle vittime dopo la fine della guerra civile tra i popoli jugoslavi. Nonostante l’impegno degli intervenuti e il grande sviluppo delle tecniche di psicologia dell’emergenza, mobilitatisi dopo il risveglio delle coscienze attuato dai media, la comunità scientifica si ritrova nuovamente nell’incapacità di adattare la psicologia così come era sempre stata pensata e applicata, a contesti sociali, culturali e politici diametralmente diversi dal proprio: il modello alla base degli interventi era un modello ancora di tipo clinico e psicoterapeutico e proponeva una cura “occidentale” lontana dalle attuali necessità delle vittime.

Anche in Italia, sebbene su scala ridotta, la comunità degli psicologi venne invitata tramite un comunicato del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi ad attivarsi in seguito al Terremoto dell’Umbria nel novembre del 1997. Questa prima esperienza italiana non fu un completo successo per i motivi di cui sopra, ovvero il tentativo di applicare una tradizione psicoterapeutica in un contesto, come oggi è ben noto, che non può esserlo. Quello che però comportò questa esperienza è la comprensione della necessità di approfondire questo ambito e trovare una soluzione pratica e praticabile alla necessità di sostegno psicologico delle popolazioni vittime di calamità naturali o antropiche.

 

Si istituirono in seguito a questi eventi numerosi gruppo di studio che potessero approfondire le conoscenze esistenti di psicologia dell’emergenza e anche tradurle dall’America, dove un campo fertile per le attività di emergenza civile aveva prodotto numerose teorie e tecniche molto efficaci e in uso tutt’oggi.

Nel 1999 in Italia, dopo solo due anni dal terremoto dell’Umbria, venne fondata SIPEM Onlus (oggi SIPEM SoS Federazione – Società Italiana di Psicologia dell’Emergenza Social Support). Nel 2000 con il DDL 4449 fu sancita l'istituzione del ruolo di psicologo delle situazioni di crisi.

 

Inizia poco dopo un lungo percorso di confronto e discussione con il Dipartimento della Protezione Civile rispetto al ruolo degli psicologi, percorso che proficuamente porterà all’emanazione dei “Criteri di massima sugli interventi psicosociali da attuare nelle catastrofi” da parte della Presidenza del Consiglio dei Ministri, da cui il Dipartimento dipende, il 13 giugno 2006. La psicologia e gli interventi psico-sociali vengono finalmente integrati all’interno della Funzione 2 e diventano parte integrante del concetto di salute. La funzione 2 assume pertanto il titolo di “Funzione di Sanità, assistenza sociale e veterinaria”.

 

La psicologia dell’emergenza affonda le sue radici in varie aree della pratica e della teoria psicologica. Psicologi dell’emergenza non sono solo psicologi clinici o psicoterapeuti ma possono venire da formazioni diverse come psicologia dello sviluppo, del lavoro, sociali e altre. La capacità di (e/o di apprendere a) muoversi all’interno di tutto spettro delle applicazioni psicologiche e quella di adattarsi via via a contesti non sempre canonici sono requisiti fondamentali per chi decide di applicarsi in questo settore sia come volontario sia in senso professionale.

 

 

 

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